Certo - come scrive in catalogo Mormino - la pittura, così come tradizionalmente si intende, è piuttosto scomoda, nel senso che non si presta ai famigerati « giochetti », ma pretende linearità e sincerità, cioè - in definitiva - capacità, parola che suona piuttosto allarmante per tanta gente che dipinge o scolpisce.
Il veneziano Carlo Toffolo fa il suo debutto ambrosiano nel migliore dei modi... Ecco la sua Venezia, interpretata con estrema umiltà e appunto per questo vera, nella sontuosità della Basilica d'oro, così come nella freschezza del « motivo » dei colombi che popolano la piazza e costituiscono altrettante insegne viventi della Serenissima. Ecco un « momento » pisano nella gloria della Piazza dei Miracoli, per fermarci su paesaggi che hanno un respiro largo e armonioso, su « nudi » morbidi eppure essenziali nella loro struttura, e ancora Venezia, in un tripudio di gondole, come se fossimo alla vigilia della notte del Redentore, quando i ricordi si fanno poesia e la poesia musica.
Toffolo si cimenta pure nell'arte sacra con ottime possibilità (« Deposizione » e «Crocifissione») badando sempre a non allontanarsi dalla schiettezza; questo tema egli lo affronta, direi, disarmato, e appunto per ciò gli riesce comprensibile ed esprimibile prima interiormente e poi sulla tela. Perché, in lui prima che l'artista, evidentemente, parla l'uomo. Un uomo buono.